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L’Anticristo di Thiel è un goffo usurpatore

Articolo · Gian Luigi Corinto ·

Peter Thiel, miliardario della Silicon Valley e intellettuale organico al nuovo tecnonazionalismo occidentale, ha trasformato la figura teologica dell’Anticristo in uno strumento polemico piegato alle sue battaglie politiche. Nelle sue recenti conferenze romane, tenute quasi in forma di esercizi spirituali laici a pochi passi dal Vaticano, l’Anticristo non è più il mistero della malvagità alla fine dei tempi, ma il volto grottesco di tutto ciò che ostacola l’agenda tecno-libertaria: governance globale, ambientalismo, prudenza dei regolamenti

 

Per Thiel, l’Anticristo coincide con un potere mondiale che unifica l’umanità promettendo salvezza e protezione dai grandi problemi della contemporaneità. In questa chiave, ogni progetto di coordinamento sovranazionale, dall’Agenda climatica alle istituzioni multilaterali, rischia di essere letto come precorritore della “tirannia finale”. Così la categoria apocalittica diventa la retorica perfetta per delegittimare in blocco qualsiasi istanza di limite, cura del pianeta, redistribuzione o controllo democratico sulle tecnologie. Limitare le tecnologie porterà all’Apocalisse finale. 

 

Il passaggio più inquietante è l’uso selettivo del linguaggio religioso contro figure simboliche come Greta Thunberg, indicata da Thiel come possibile incarnazione dell’Anticristo ecologista. Una profetessa secolare che, chiedendo freni allo sviluppo, preparerebbe la dittatura verde del futuro. Qui la teologia dell’aldilà viene rovesciata. Non è più una chiamata al discernimento etico, ma un dispositivo per marchiare come “diabolico” chi invoca responsabilità collettiva. 

 

Non stupisce che teologi e intellettuali cattolici abbiano parlato di visione “eretica” o distorta. L’Anticristo, nella tradizione cristiana, è il volto ingannevole del potere che si assolutizza e pretende adorazione. Thiel invece usa questa figura per attaccare le istituzioni pubbliche mentre difende, implicitamente, la concentrazione del potere nelle mani di élite economiche e tecnologiche. 

 

L’usurpazione è doppia: teologica, perché banalizza un simbolo estremo riducendolo a arma retorica; politica, perché ribalta la diffidenza verso l’Impero in diffidenza verso la democrazia regolatoria, spostando il sospetto dall’accumulazione eccessiva di capitale alla cura del mondo. 

 

In un’epoca in cui l’immaginario apocalittico ritorna ovunque – dal clima all’IA – la lettura di Thiel dimostra quanto sia fragile il confine tra teologia, politica e propaganda. Chiamare “Anticristo” il desiderio di un ordine più giusto è un abuso del linguaggio religioso, ma anche un tentativo di blindare il presente, immunizzandolo da ogni critica in nome di un futuro salvifico già deciso da pochi.

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