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Il populismo contro il Green deal finisce in bolletta

Articolo · Redazione ·

Pedro Sánchez, il primo ministro socialista spagnolo, ieri si è presentato al Consiglio europeo con toni trionfanti. Non solo gran parte dei leader si è convertita al suo “no alla guerra” di Donald Trump in Iran, sostenendo che i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sono illegali. L’impennata dei prezzi dell’energia provocata dalla guerra conforta le scelte energetiche portate avanti da Sánchez in Spagna e infliggono un duro colpo alle campagne contro il Green deal condotte con toni populisti da Giorgia Meloni e altri politici della destra sovranista. La premier italiana si è presentata al vertice con una richiesta: sospendere il sistema di scambio di emissioni ETS, il pilastro delle politiche climatiche dell’Ue. Alla fine si è dovuta accontentare della promessa di tenere conto delle specificità dell’Italia. Ma il populismo anti Green deal ha un costo e, con il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile e quello del gas raddoppiato rispetto a febbraio, il conto lo pagano i cittadini in bolletta.

 

“Ci sono governi che stanno utilizzando questa crisi energetica per cercare di indebolire la politica climatica. La Spagna può dimostrare che le rinnovabili stanno permettendo di avere un minor impatto dalla guerra”, ha detto Sánchez, prima del Consiglio europeo. “La lezione che la Spagna può dare al resto d’Europa è che la scommessa sulle energie rinnovabili va nell’interesse delle piccole e medie imprese, dei lavoratori autonomi, dei lavoratori nel nostro paese, delle famiglie, delle abitazioni”. Dati alla mano Sánchez si è presentato come il nuovo re del Sole e del Vento nell’Ue. “Sabato scorso, grazie alla scommessa sulle energie rinnovabili che il governo spagnolo ha fatto negli ultimi otto anni, il prezzo dell’elettricità era di 14 euro al megawattora, mentre nelle principali economie europee era superiore a 100 euro”. Secondo Sánchez, essere l’avanguardia delle rinnovabili ha permesso alla Spagna di proteggere cittadini e imprese “da uno shock energetico come questo derivante dalla guerra tra Stati Uniti e Israele in Iran”.

 

Anche Giorgia Meloni è arrivata al Consiglio europeo portando con sé una serie di cifre. Il suo obiettivo era dimostrare che l’Italia paga un prezzo sproporzionato rispetto ad altri paesi europei per la sua energia. I suoi consiglieri avevano nelle ventiquattrore la mappa dei prezzi medi dell’elettricità sul mercato spot (day-ahead). L’Italia del nord paga 129 euro per megawattora, contro i 103 euro della Germania, i 72 euro della Francia e i 47 euro della Spagna. L’Italia è nella stessa categoria dei Baltici (tra i 132 e i 137 euro per megawattora), dell’Ungheria (128 euro) e della Polonia (124 euro). I dati di Meloni dovevano servire per la campagna contro gli ETS. Le delegazioni dei paesi nordici hanno avuto gioco facile a ribattere che il problema non è il sistema di scambio di quote delle emissioni, ma la quota di idrocarburi nel mix energetico.

 

“C’è una pressione comprensibile sui leader dell’Ue affinché agiscano rapidamente per fornire un sollievo immediato sia alle famiglie sia all’industria colpite da un altro shock dei prezzi dei combustibili fossili”, dice Beatrice Petrovich, analista di Ember. Ma “l’attuale dibattito sui prezzi competitivi dell’energia rischia di concentrarsi sulle leve sbagliate e di perdere di vista il vero problema. Il settore energetico dell’Ue non ha un problema di struttura del mercato, ha un problema di dipendenza dal gas”, aggiunge.

 

Con l’impennata dei prezzi provocati dalla guerra in Iran “nessuna economia europea è completamente al riparo dall’aumento dei costi dei combustibili fossili e dalle sue ripercussioni macroeconomiche. Tuttavia, l’impatto non sarà uniforme”, conferma Manon Dufour, direttrice esecutiva di E3G. “I paesi fortemente dipendenti dal gas, come l’Italia, sono significativamente più esposti. Quelli con una maggiore presenza di energie rinnovabili, come la Spagna o i Paesi nordici, sono più protetti”, dice Dufour. L’Italia è in testa alla classifica dei paesi che consumano più gas: il 35,6 per cento su tutti i prodotti energetici disponibili nel 2024. L’Ungheria è al 29,1 per cento, la Germania al 25,6 per cento.

 

Se non è il gas è il carbone, in particolare per Estonia (53,4 per cento), Polonia (35,5 per cento), Repubblica ceca (26,2 per cento) e Bulgaria (18,3 per cento). Anche la Polonia paga il prezzo del populismo del precedente governo nazionalista del PiS sul Green deal. L’attuale premier, Donald Tusk, è in difficoltà. Nel dibattito al Consiglio europeo ha ricordato gli investimenti nel nucleare e nell’eolico: oltre 200 miliardi per i prossimi 10 anni. Ma occorre tempo per abbandonare il carbone, che rappresenta ancora il 50 per cento della quota di energia prodotta. “Ci troviamo in una situazione particolare e dobbiamo modificare il sistema ETS per tenerne conto. Altrimenti, l’opinione pubblica polacca si schiererebbe contro l’intero sistema”, ha detto Tusk, sostenendo la necessità di “soluzioni specifiche” per alcuni paesi.

Il sistema di scambio di quote di emissioni - Emission Trading System o ETS – è il principale strumento dell’Ue per ridurre le emissioni. Il sistema impone un limite di emissioni di gas a effetto serra per le imprese, cui corrisponde l’assegnazione di un numero di quote di emissione, che possono essere vendute o comprate sul mercato, creando così un incentivo per le imprese a decarbonizzare. Gli ETS non hanno servito solo la politica climatica, ma anche la riduzione della dipendenza dagli idrocarburi. “Senza l’ETS consumeremmo ora 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora una volta più vulnerabili e più dipendenti”, ha detto Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo il 10 marzo. L’ETS ha un peso relativo sul prezzo dell’energia in Europa. In media – secondo la Commissione – ammonta all’11 per cento, anche se ci sono delle variazioni tra gli Stati membri (in Polonia e Bulgaria raggiunge il 24 per cento). Le tasse valgono in media il 15 per cento, le tariffe di rete il 18 per cento.

 

Le campagne populiste in Europa contro il Green deal hanno rallentato gli sforzi per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Prima e dopo il suo arrivo al governo nel 2022, Meloni ha definito il Green deal e le politiche per attuarle come “economicidio” (un omicidio sul piano economico, ndr) o “ideologia”. La premier italiana ha promosso la marcia indietro sul Green deal avviata da Ursula von der Leyen nel suo secondo mandato come presidente della Commissione in nome della competitività. Le campagne politiche contro i veicoli elettrici o le pompe di calore hanno un’influenza sui comportamenti dei consumatori. In Italia le auto a benzina e diesel continuano a superare i veicoli elettrici o ibridi nelle vendite. La quota dei veicoli elettrici immatricolati è tra le più basse d’Europa.

 

Al clima culturale sfavorevole alla transizione energetica, si aggiunge l’inerzia del governo Meloni e delle altre autorità pubbliche. Secondo un rapporto pubblicato ieri dalla Federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche, l’Italia nel 2025 ha installato appena 6,2 GW di rinnovabili. Per la prima volta dai tempi del Covid, le nuove installazioni hanno registrato una flessione dell’8,2 per cento. Un altro rapporto - pubblicato da Legambiente il 6 marzo - dice che il 69,3 per cento dei progetti a fonti rinnovabili è in attesa della conclusione dell’istruttoria tecnica: 1.234 su 1.781. 17 progetti attendono risposte da prima del 2021. Un progetto per un parco eolico off-shore in Puglia, nel Golfo di Manfredonia, risale al 2008.

“Non possiamo permetterci di attendere 14 mesi per avere delle connessioni dai parchi eolici e fotovoltaici alla rete”, si è lamentato ieri il presidente di Confindustria, l’associazione delle imprese italiane, Emanuele Orsini. Come Meloni, anche lui è favorevole alla sospensione degli ETS. In un decreto approvato in febbraio, il governo Meloni ha introdotto un meccanismo per neutralizzare il costo degli ETS per i produttori di energia elettrica da gas naturale. E’ su questo che ha insistito nel dibattito di ieri al Consiglio europeo. “Dobbiamo guardare le differenze tra gli Stati membri e abbiamo bisogno di risposte ritagliate su misura”. Meloni ha chiesto di neutralizzare l’effetto degli ETS sui prezzi troppo elevati.

 

La Commissione potrebbe dichiarare la misura illegale ai sensi delle regole degli aiuti di Stato. Oppure potrebbe fare una concessione per ragioni politiche. Nelle conclusioni del Consiglio europeo c’è “la possibilità di dare vita a misure nazionali urgenti che riescano a mitigare l’impatto delle varie componenti nella formazione del prezzo dell’elettricità, ETS compreso”, ha rivendicato Meloni, dicendosi fiduciosa che la Commissione accetterà il suo decreto. Se Meloni otterrà una deroga, l’effetto potrebbe essere paradossale: incoraggiare ulteriormente l’uso del gas per produrre elettricità in Italia. Il gas ieri ha superato i 60 euro megawattora, il doppio rispetto a febbraio.

 

(David Carretta su Il Mattinale Europeo del 20/03/2026)

 

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